La supplente che mi faceva arrapare

racconto supplente matura porcella

Finalmente è weekend: è stata una settimana intensa e non mi sono fermato un attimo. Non me lo posso permettere di prendermi un momento di pausa, ora, con le feste che stanno per arrivare. Nel laboratorio di ricerca sono il pilastro della squadra. Quante soddisfazioni, ma… che stress.
Mi immergo nella vasca da bagno e l’acqua mi copre le gambe e parte del petto. Appoggio la testa a un cuscinetto morbido che ho fissato nella parte posteriore, per lasciarmi andare in questa sorta di placenta calda. Sono avvolto nel silenzio e la mia testa si può rilassare.
È veloce e fulmineo come un lampo il pensiero che appare nitido, prima nella testa, poi con un leggero solletico alle guance e infine lì sotto, in un’erezione che mi coglie alla sprovvista.
La supplente di italiano.
Quella che abbiamo avuto in prima media e che ci avrebbe accompagnato per tutti i mesi di maternità della nostra prof.
Sarebbe fiera di me se mi vedesse ora?

Ero un ragazzino ligio al dovere. Studioso, sempre gentile. Non avevo mai spartito niente con i bulletti della scuola. Alle elementari c’era già il seme di quello che sarei diventato: un ricercatore stimato e di un certo successo. Alle medie ero letteralmente esploso: la matematica mi aveva conquistato, ma anche le materie umanistiche mi piacevano. Ero un secchioncello, spigoloso forse, ma anche appassionato a quello che ci veniva insegnato. E poi era arrivata lei, la supplente. Cazzo, che donna. Era molto diversa dalle altre insegnanti che avevamo, quasi tutte con più di sessant’anni. Ed era anche l’opposto dei professori uomini, che evidentemente sfogavano le loro frustrazione su noi pischelli.

La supplente di italiano appena era entrata in aula aveva incantato tutti. Avrà avuto quarant’anni, ma rispetto alle altre prof ci sembrava una modella. Era uno schianto. Fisico asciutto, una gonna a tubino nera e una camicetta bianca. Era elegante, ma allo stesso tempo aveva un che di giovanile. Aveva un sorriso che le dipingeva le labbra leggermente truccate e un passo deciso quando camminava tra i banchi durante i compiti in classe. Era diversa da tutte le altre, dicevo, perché era una di noi, ci trattava da grandi e così facendo ci aveva conquistati tutti. La seconda settimana di supplenza e io avevo già delle erezioni da nascondere sotto al banco appena lei varcava la soglia dell’aula. L’ho detto, ero un ragazzino, e anche se con gli altri maschietti qualche giornalino porno riuscivamo a rubarlo all’edicola fuori dalla scuola, non ci azzardavamo a battutine o commenti. Tutto nasceva e si spegneva nei nostri cazzetti duri che dovevamo nascondere dalle femmine sedute di fianco ai nostri banchi. Il ricordo più eccitante che ho della supplente di italiano è così semplice che quasi mi fa sorridere: mentre si toglieva il cappotto, le si era slacciato un bottoncino della camicetta regalando alla nostra vista qualche centimetro del suo decoltè. Chissà quante volte aveva aperto quei bottoncini con gli altri. Se non ricordo male, aveva anche un figlio, era una vera milfetta D.O.C. Sicuramente sapeva cavalcarli bene gli uomini che si portava a letto.

Questa è la mia fantasia che vola. Non ricordo di averlo pensato quando ero alle medie e mi perdevo in quei pochi centimetri di pelle scoperta. Mi chiedo però: se mi vedesse ora, adulto e di successo, si farebbe conquistare da me? Anzi!
Se quando ero un pischellino minorenne, ma con il futuro di successo già scritto nel destino, se la sarebbe fatta una cavalcatina sul mio uccelletto duro? Mi avrebbe insegnato a essere un uomo?

Sono nella vasca da bagno, ma con la fantasia sono molto lontano. La supplente di italiano è stata solo un brivido, un ricordo che voglio lasciare al passato. Però… perché non creare un nuovo ricordo? Dal bordo della vasca compongo il numero di una linea erotica con mature alla ricerca di una supplente porcella che mi faccia vivere questo sfizio. Stavolta l’erezione non la voglio nascondere: voglio svuotarmi le palle e riempire la vasca.

La matura al telefono risponde al secondo squillo e prima che possa parlare sono io a dirle cosa voglio:

«Ciao Prof. sono Fabio, quello della 2C. Ho il cazzetto in mano e mi dicono che tu sappia cavalcare molto bene.»
Al telefono, la donna coglie al volo la mia fantasia.
«Ah quindi sei tu il birichino della classe, ti sei accorto che non porto le mutandine oggi?»
«Non le indossi oggi e non le portavi nemmeno ieri. È così che ti sei conquistata il posto nella scuola? Lo hai succhiato al preside?»
«Sono brava a succhiare i cazzi, fammi vedere il tuo, descrivimelo.»
«È piccolo perché ho solo 14 anni» mi diverto a fare la parte del ragazzino con l’uccello ancora in via di sviluppo anche se qui di fronte ai miei occhi nella vasca da bagno tengo tra le mani una verga che farebbe invidia a molti.
«Sai Fabio, che quel cazzetto può triplicare se lo facciamo diventare bello duro? Andiamo in bagno che facciamo un giochino senza che i tuoi compagni ci vedano. Non vorrai mica che venga distratta anche dai cazzi dei tuoi amici?»
Il bagno che mi immagino è proprio quello della scuola, aperto sopra, stretto, con i piedi che si vedevano sotto e che spesso dava modo ai bulli di farci degli scherzi di merda.
«Siediti sul water Fabio e fammi vedere il tuo cazzetto. Prima voglio mostrarti le mie tette però, ho visto come me le guardavi durante la lezione.»

Di nuovo il pensiero di quel bottoncino che si slaccia e della pelle rosa della supplente di italiano. Quella pelle candida e rosea. Profumata.
Ho il cazzo in mano che mi esplode.

«Adesso Fabio mi siedo sopra di te. Tieni la bocca chiusa però, altrimenti tutti sapranno che la tua prof ti sta chiavando e vorranno tutti lo stesso trattamento. Mi ritroverò piena di cazzi da soddisfare e avrò meno tempo per te se devo cavalcarli tutti.»
Trattengo il fiato come se la bocca l’avessi chiusa davvero, come se non dovessi far sentire nemmeno un piccolo rumore.

La donna al telefono invece mugola come una gatta in calore e si muove come se stesse cavalcando un toro.

«Sei brava Prof…»
«Posso insegnarti molti giochi se ti impegni con lo studio. Ho tanti posti in cui il tuo cazzetto potrebbe imparare a godere.»

All’idea di metterglielo nel culo, vengo d’improvviso e schizzo nell’acqua della vasca.

Dall’altra parte della linea la donna sta ancora godendo. Non riattacco. Appoggio il cellulare sul bordo della vasca e mi godo ancora per un po’ i suoi gemiti.

Ero un ragazzino ligio al dovere. Gentile e studioso. Avrei fatto carriera, e beh, avrei scoperto che godere mi piaceva da matti.

😉