Racconti di Madame Elizabeth
Rientro a casa dopo una giornata assurda e mentre sfilo i tacchi infernali, noto le chiavi di mio marito appese al muro. Molto strano. Non è seduto sul divano come al solito; dove si sarà cacciato? Lo trovo sotto la doccia, con il capo tra le mani rivolto verso il petto, come se stesse piangendo. Si accorge di non essere solo e alza la testa di scatto, mi lancia uno sguardo strano, i suoi occhi sono malinconici e arrabbiati.
“Che succede?” gli chiedo.
Chiude il getto dell’acqua e si siede sul piatto della doccia, gambe incrociate, lasciando che il vetro leggermente appannato e pieno di gocce ci separi, come a proteggerlo.
“E’ successa una cosa. Non so che cazzo dire. Sono stato a casa di una cliente che ci prova senza vergogna e oggi ho ceduto. Ci ho scopato”.

La sua voce tremava. Vedevo attraverso il vapore, che ancora riempiva il bagno, la sua bocca muoversi ma io non sentivo più nulla. Stringevo ancora in una mano le scarpe e nell’altra la borsa. La pianta del piede si stava inumidendo a causa della condensa che ricopriva il pavimento, ma non la percepivo. Il mio corpo anestetizzato si era staccato dal cervello. Nessuna comunicazione.
Mi sono voltata verso la porta senza parlare e sono andata a spogliarmi. Ho messo tutto al suo posto e sistemato le lenzuola del letto, in silenzio. All’improvviso, mentre fissavo il vuoto, assordata da migliaia di pensieri, Lorenzo si è avvicinato e con la mano ancora bagnata mi ha stretto un braccio. Istintivamente mi sono liberata con un gesto nervoso, arrabbiato. Avrei voluto cavargli gli occhi.
“Parlami Serena! Parlami! Cazzo!”
“…” Volevo dire qualcosa, mandarlo a morire male, gridargli di andarsene e portare via i suoi quattro stracci, ma non avevo voce. Mentre emettevo solo respiri affannati, come se stessi per avere un infarto, le lacrime hanno iniziato a scendere dai miei occhi. Un pianto incontrollabile, un crollo nervoso di dimensioni impressionanti. Tremavo.
“Serena, ti prego, guardami, possiamo sistemare tutto. E’ stato un errore”, mi ripeteva cercando di afferrarmi per i fianchi. Era nudo con i capelli ancora bagnati. Era bello. Lo odiavo e volevo che morisse subito, ma non potevo non notare quanto fosse bello. Mi era piaciuto subito, la prima volta che l’ho visto, una specie di colpo di fulmine.
Lorenzo deve aver percepito i miei pensieri, perché a forza mi stringe a sè con un braccio, mentre con l’altra mano mi toglie le mutande. Io non capisco nulla, ma non oppongo resistenza, anzi, mi sento eccitata. Mi spinge sul letto e, gettandosi sopra di me, entra con il cazzo durissimo, tanto che forse non l’avevo mai sentito così. Le lacrime sgorgano ancora violente, eppure trovo il coraggio di guardarlo negli occhi. Leggo dolore, passione, eccitazione e turbamento. E’ sesso amaro, un atto che non ci era mai appartenuto. Non avevamo mai scopato da arrabbiati o dopo una lite, quando i baci diventano morsi, la lingua assaggia il sapore delle lacrime, la figa si fa cremosa mentre la testa non la segue, i fianchi si aprono da soli e gli orgasmi arrivano senza controllo.
All’improvviso estrae il cazzo, mentre ancora sto venendo, prende le caviglie e mi gira a pancia sotto, come se fossi una piuma, una stupida foglia d’autunno che scende giù leggera, si sputa sulla punta di indice e medio e mi lubrifica il culo, mentre veloce ci infila dentro l’arnese, con due spinte, senza darmi il tempo di fiatare. Non è certo la prima volta che facciamo sesso anale, ma erano passati mesi.
Credevo mi avrebbe fatto male, che avrei sentito quel dolore transitorio alla bocca dello stomaco che si irradia fino agli arti, bloccandomi il respiro prima dell’orgasmo paralizzante.
Invece no, ero aperta, desiderosa di fagocitare quel pene duro e mi sono lasciata andare subito, un po’ a novanta, un po’ sdraiata, con la schiena inarcata in modo innaturale. I gomiti strisciavano sul lenzuolo di lino, troppo ruvido forse, e mi facevano male. Il dolore fisico aiutava a lenire quello che mi fischiava nelle orecchie.
“Sculacciami” ho implorato. Le prime parole che gli ho detto sono state queste. Con la coda dell’occhio ho osservato la sua reazione stupita.
Due colpi ben assestati sul mio culo rotondo.
“Ancora, più forte” ho sussurrato.
Altre due manate, un respiro, poi ancora schiaffi, mentre col cazzo affondava e affondava e affondava finché non è venuto anche lui.
Siamo rimasti stesi sul letto qualche ora, tra il sonno e la veglia, in silenzio, finché non ci siamo presi per mano.

