Nuda sull’erba con l’Elfo

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di Madame Gisele

Herasia voleva solo fuggire. Quella notte, gli Spettri Neri avevano attaccato il loro villaggio, massacrando sua madre e suo padre in un assalto di indicibile violenza. Nascosta in un tronco cavo, da cui però poteva scorgere tutto grazie a una crepa nel legno, aveva visto quei Cavalieri del Regno Buio mozzare le teste dei più forti uomini del paese e violare con animalesca frenesia i corpi delle sue amiche, vergini come il suo.

Aspettò per ore: poi, quando finalmente il buio inghiottì anche gli ultimi tizzoni fumanti delle capanne che una volta aveva chiamato casa, uscì dal suo nascondiglio. Non sapeva dove andare: sapeva solo che doveva correre, perché gli Spettri sentono l’odore della paura di un umano da lontano – e il profumo di una femmina umana da ancor più lontano.
Herasia cominciò a correre nel buio. Gli sterpi e i rami le graffiavano le guance e le strappavano il mantello, ma non si fermò mai, corse a perdifiato e arrivò al Lago Sereno all’alba. Cercò una vecchia zattera con cui passare quelle acque tranquille: forse, nel Regno Ulteriore, sarebbe stata al sicuro. Ma quando una freccia nera si piantò nel legno della zattera, Herasia capì che per lei era finita. Un’altra freccia e un’altra ancora sibilarono a pochi centimetri dal suo volto. Lei, atterrita, non provò nemmeno a scappare.
Quattro Spettri Neri si fecero largo tra le querce. Le loro spade rugginose balenavano nella luce del mattino. Il primo Spettro si avvicinò, un ghigno disgustoso sulla bocca bavosa. Con un unico gesto della sua spada ricurva le strappò il mantello. Poi, le sue mani fangose le strapparono l’unico vestito che le rimaneva, rivelando il suo collo da cigno e le sue spalle aggraziate; i suoi seni bianchi e pieni, i capezzoli rosa incorniciati dalle areole grandi. Poi, dopo i suoi fianchi gentili, tra le sue gambe, un tocco di rosso pieno, come i suoi capelli. Lo Spettro si abbandonò a una risata sgradevole e lei si preparò: sapeva che quei mostri amavano deflorare soprattutto le rosse come lei.
Lo Spettro la gettò a terra e stava per buttarsi su di lei, quando si bloccò. I suoi occhi gialli persero in un attimo ogni traccia di vita, e il mostro si schiantò a terra. Qualcosa l’aveva centrato nella nuca, uccidendolo sul colpo. Gli altri Spettri ringhiarono di una rabbia che non riusciva a nascondere la loro paura: uno alzò la spada, ma qualcosa di dorato ne spezzò la lama rugginosa. Un altro lampo lo centrò in mezzo alla fronte, spaccandogli il cranio butterato. Una freccia, fece appena in tempo a notare Herasia: era di legno, ma sembrava oro. Lo Spettro, schizzando sangue nero, crollò all’indietro, finendo nel lago.

Fu allora che lui si mostrò.

Herasia aveva visto qualche Elfo, in passato. Erano tutti biondi e pallidi. Questo, però, era meno biondo di altri: i suoi capelli lunghi e scarmigliati erano del colore del grano – come i suoi occhi, che brillavano nella bruma del mattino, mentre usciva dal bosco, l’arco in mano, una freccia già pronta. Portava una camicia bianca e sembrava emanare una luce tutta sua. Il terzo Spettro ululò un insulto in una lingua mai sentita e si lanciò sull’Elfo, che non ebbe il tempo di scoccare un’altra freccia ma si buttò a lato, mandando il mostro a sbattere contro un tronco marcio: poi lo colpì con un perfetto calcio in faccia.
Mentre lo Spettro cercava di alzarsi, l’Elfo spiccò un salto velocissimo verso l’ultimo nemico, abbattendolo con un altro calcio. Poi prese dalla cintura un pugnale che Herasia aveva già visto: una lama elfica. L’Elfo la scagliò nel cuore dello Spettro che si era rialzato: poi riprese l’arco e, fulmineo, lanciò la sua freccia. Il mostro non vide altro che una punta che attraversava il suo cranio: poi, più nulla.

Herasia era rimasta a guardare, sospesa tra la paura e l’ammirazione per quelle mosse rapide, feroci e perfette. Solo ora ricordò di essere nuda, e per pudore si coprì con le mani. Lui sorrise e disse qualcosa. Era in elfico, e lei non conosceva la sua lingua. Sentì solo l’intonazione dolce di quelle parole arcane, il loro ritmo gentile, e capì che non aveva nulla da temere. Lui, invece, riprese il suo pugnale dal corpo morto dello Spettro. Lo pulì con cura nell’erba, poi lo piantò nel terreno. Herasia spalancò gli occhi per la meraviglia, vedendo la luce magica e purissima che usciva da quella lama, illuminando il lago, il prato e il bosco. Una luce che incenerì i corpi degli Spettri, come brutti sogni che svanivano in quel mattino ora bellissimo.
Una luce che fece crescere davanti al lago un prato di erba verde e fiori colorati. Ora Herasia non sentiva più freddo sulla sua pelle nuda, ma calore, mentre la luce l’avviluppava in una bolla di dolcezza. L’Elfo posò arco e faretra. Poi si tolse la camicia, rivelando il petto forte e bianchissimo sotto i capelli biondi. Nella luce che lo circondava, Herasia vide che si toglieva gli stivali e la calzamaglia. Lui, nudo e splendente di luce, si avvicinò a lei e le prese le mani. Herasia si sentì inondata da una bellezza mai conosciuta e attratta da quel corpo così perfetto.
Lui la adagiò con dolcezza nell’erba e le sussurrò qualcosa in elfico. Poi baciò la sua bocca. Lei si abbandonò a quel bacio, mentre lui toccava con le labbra il suo collo da cigno, spostandole i capelli rossi e lunghi. Lei si stese sull’erba e gli offrì i suoi seni floridi, e lui continuò ad assaggiarli, voglioso eppure dolce. Lei sentì la sua bocca che scendeva nel rosso tra le sue gambe e sentì un calore, un piacere mai provato. Lui si inarcò sopra di lei e le strinse i polsi. Lei pensò che era così che teneva il suo arco: e pensò che ora voleva solo essere stretta da lui e obbedire a ogni suo comando.

Lei ansimò di piacere mormorando nelle orecchie di lui, appuntite e quasi trasparenti: e in quel momento, sentì qualcosa di caldo e forte entrare nel suo corpo. Era la prima volta, per lei, ma non sentì dolore, mai: solo un’onda di luce che partiva dal corpo di lui e si protendeva dentro di lei, arrivava ai suoi seni che ora erano duri e turgidi, ai suoi occhi che brillavano, alla sua bocca che gridava, alla sua mente che sentiva solo piacere, piacere e ancora piacere, mentre lui continuava a entrare dentro di lei, guardandola coi suoi occhi lucenti, teso in uno sforzo dolce ma implacabile, mentre lei sentiva il suo corpo adattarsi alle sue spinte, a quella unione nuova eppure così forte, violenta eppure così benvenuta. Herasia urlava di piacere, ma non sentiva le sue grida: si perdevano nella bolla. Poi, un unico lampo di luce la invase, mentre lui scatenò tutto se stesso dentro di lei, assaggiando ancora una volta il suo seno mentre si scaricava.

La bolla si alzò, lasciandoli insieme, nudi, sull’erba appena bagnata. Lui disse ancora qualcosa in elfico. Poi mormorò qualcosa nella lingua degli uomini. Quello, disse, era un Matrimonio degli Elfi. Un rito che scaccia ogni paura e ogni dolore del passato, creando un istante di perfetta gioia che li unirà per sempre. L’unica cosa che mancava per suggellare il rito era il suo nome: e lui lo disse. Lei capì, e disse il suo.

Rimasero distesi sull’erba, nudi e felici, per un tempo che lei non seppe contare. Ma lo guardò ancora, nudo, forte e possente. Lo baciò e giurò, in una lingua silenziosa e dolce, che sarebbe stata sua per sempre. Lo baciò ancora e sentì che lui era di nuovo pronto. Allora salì su di lui e lasciò che l’Elfo tornasse dentro di lei. Herasia lasciò che le mani di lui corressero dai suoi fianchi ai suoi seni, e capì quale dolce magia gli Elfi sapevano custodire.