Mi travesto da uomo e… sorpresa!

racconto erotico casalinga che si traveste da uomo

Di Madame Gisele

Mio marito lavora sempre. Lo so, sarebbe l’inizio perfetto per una bella storia di corna, vero? E invece no. Perché la trasgressione mi piace, ma a modo mio. E perché ci sono tanti modi di cercarla, di crearla e soprattutto di godermela. Ma andiamo con ordine. 

Mio marito lavora sempre, dicevo: i freelance sono così e lui non fa eccezione. Figurarsi gli avvocati di fresca nomina come lui, in uno studio minuscolo, in centro sì, ma non proprio in centro. Ore e ore a demolirsi il cervello con cause sempre più noiose. E io a casa, a fare, sì, la casalinga. 

Sono laureata e tutto: ma questi sono i tempi, che ci volete fare, e quindi, per ora, me ne sto a casa. Casa che, naturalmente, è in un ordine perfetto. Però, manca qualcosa. Manca il brivido. E allora ho pensato a un piano. 

Fase Uno. Prima di tutto, cerco una cabina telefonica – ebbene sì, ce ne sono ancora – ma trovarle è un casino. Chiamo il suo studio: so che mi risponderà il suo socio perché lui e mio marito sono così agli inizi, come avvocati, che non hanno manco una segretaria full-time. Prima, a casa, ho creato uno di quegli indirizzi mail temporanei. Per cui ora chiamo “dallo studio” del signor, anzi no, del Cavalier Ettore B. della DittaQualcosa. Ettore! Mi è sempre piaciuto come nome, mi fa sesso. Saranno i miei studi classici. E poi ho scelto apposta il nome più vago e il prodotto più noioso possibile: serramenti? Laminati plastici? Bulloni? Facciamo laminati plastici, che non so cosa siano, ma sembrano noiosissimi. 

E quindi la segretaria del Cavalier B. fissa un appuntamento con mio marito per una questione della massima importanza. Una cosa delicata, dico. Che va discussa nel suo studio, a tarda sera. Basta un fazzoletto sul cellulare e il socio di mio marito non mi becca. Va detto che sono bravissima: mi sono preparata uno script, una specie di sceneggiatura, e so già come rispondere a qualsiasi obiezione. Lui, invece, fissa subito l’appuntamento. Così facile? Sono quasi offesa. Altro che Fantozzi e la patata in bocca: un po’ di sicurezza in se stessi e puoi infinocchiare chiunque. Già penso a quanto mio marito bestemmierà per questo impegno a giornata quasi finita, il tipo di impegno che odia. E ora, Fase Due. 

Il bello di avere una sorella che lavora in una boutique fighetta del centro, specializzata in completi da uomo, è che ci sono sì degli abiti spettacolari: ma ci sono anche quelli che, per un motivo o per l’altro, non vanno bene, per piccoli difetti, o semplicemente perché chi li ha ordinati ha sottostimato la sua pancetta e all’atto pratico gli vanno stretti. 

Così vado da mia sorella e mi faccio dare un completo invenduto. Doppiopetto. Elegantissimo. Mia sorella sente tutto il piano che le racconto nell’orecchio, diventa rossa, poi ride e mi dice che è una figata. Torno a casa e prendo dal guardaroba una camicia delle mie, la più classica (leggasi: noiosa) che ho. Ha il colletto rovinato, ma se la metti sotto il completo mica si nota.  Ultimo tocco: una cravatta di mio marito. Ci metto un’ora, ma grazie a un tutorial online riesco persino a fare un nodo decente. Fase Tre.

Mi spoglio davanti allo specchio. Mio marito me lo dice spesso, che sono una gran bella figa. E non posso dargli torto. I capelli biondi mi cadono bene sulle spalle bianche: ma oggi mi metto lì con un sacco di pinzette e li sistemo, schiacciati, sulla testa. Poi tiro fuori la parrucca nera che lui ha usato a carnevale, quando gli è venuta l’idea di vestirsi da Peaky Blinder ma somigliava a un guappo fuori tempo massimo. 

Poi mi guardo le tette e penso che sono così belle, sode e grandi che è un peccato strizzarsele in questo scomodissimo reggiseno da corsa – che naturalmente non ho mai usato neanche una volta. Ma me le mortifica abbastanza da farmi sembrare piatta, a uno sguardo poco attento. Poi è ancora più un peccato mettermi un paio di boxer vecchi di lui, perché la mia fica è davvero appetitosa e… Ehi, non è che questo gioco mi sta facendo cambiare preferenze? Ma no. Però mi piace. Mi eccita. Completo e pantaloni, camicia e cravatta ed eccomi qua. Non sono più Sara, sono… ah, già, il Cavalier B. Manca solo la valigetta di lui, quella che non usa più. Trovata, in soffitta. Fase Quattro.

Già dalla strada vedo la luce accesa nell’ufficio di mio marito. Prendo l’ascensore e chi esce? Il suo socio. Merda. Quello è capace di rovinare tutto. Ma alla luce di quella stretta cabina, non mi riconosce: fa un cenno di saluto e se ne va. Fantastico quanto basti poco a non farsi notare. Salgo e suono al campanello. Ho pochi secondi per sembrare ancora più uomo. Lui mi apre e mi saluta. Se nota qualcosa di strano, è troppo educato per farlo notare. Io brontolo un buonasera, lui chiude la porta e mi fa accomodare nel suo studio. 

Va alla scrivania e io apro la valigetta, quasi ci ficco dentro la testa per non farmi guardare. Lui legge la scarna mail in cui preannunciavo il mio “problema legale”, copiato paro paro da un suo vecchio caso – che in effetti cita con precisione. E mi dice di spiegargli tutto. Io gli dico che è una cosa delicata… e mi avvicino. Anzi, glielo dico nell’orecchio, stringendogli la mano. Ma non è nulla di legale. Anzi. Lui si sposta e mi guarda. Io sorrido. Lui per un attimo non sa cosa dire. Poi guarda la mia mano. Che scema. Ho dimenticato un dettaglio. Che le mie mani lo fanno impazzire. Lui passa dallo sbalordimento a un sorriso. Ed è allora che lo bacio. E lui bacia me. Sorpreso, felice. E nei suoi occhi vedo anche qualcos’altro. Lo sguardo che gli ho visto quella notte in Grecia. O quel pomeriggio a casa dei suoi. Quello sguardo che mi fa bagnare in un secondo.

Mi bacia, scende sul mio collo. Mi appoggia alla scrivania mentre mi bacia la nuca, trova la parrucca e la getta via. Mentre mi bacia mi toglie le pinzette dai capelli, una ad una – ed è come se mi stesse già spogliando. Quando i miei capelli biondi si liberano, lui mi stringe. Mi toglie la giacca e sento le mani sulla camicetta, le sue dita che cercano le mie tette. Lui sorride e io gli do un via libera con un sussurro. Lui mi butta sul tappeto dello studio e mi strappa la camicetta. Sento i bottoni che schizzano via, mentre lui riconosce il reggiseno da corsa e mi strappa via anche quello. Non sapevo che fosse così bravo a strappare via i vestiti – e la cosa mi eccita ancora di più, mentre lui succhia le mie tette, affonda la faccia tra le mie poppe e io gliele offro fino in fondo. Mi sbottona i pantaloni in un attimo e mi strappa anche i suoi boxer. Ho ancora su la camicetta, ma per il resto sono nuda. 

Lui si toglie la giacca, si sfila la cravatta e la usa per legarmi i polsi. Eccomi qua, nuda e pronta, inerme ed eccitata. Lui mi lascia lì, a terra, mentre si toglie tutto. Si china su di me per scendere tra le mie cosce e assaggiare la mia fica, che è bagnata fradicia e vuole solo lui. Mi entra dentro con la lingua e io urlo di piacere, ancora, ancora, mentre lui accarezza con le sue labbra le mie, quelle grandi. 

Poi risale, succhia le mie tette ancora un po’, poi mi entra dentro con un colpo secco dei suoi, si sistema dentro di me mentre con una mano mi tiene le mani legate. Ci baciamo, mentre lui continua a sbattermelo dentro, entra ed esce proprio come piace a me, poi insiste, continua, mi spacca in due, e io lo sento duro e voglio morire di piacere, urlo, urlo forte e lui mi lascia gridare, mentre vengo, scatenata. Resta dentro finché non vengo tutta, completamente. Poi esce, piano. 

Va alla sua scrivania e mi fa un cenno. Mi alzo, nuda e ancora sconvolta e felice. Salgo sulla sua scrivania, mi siedo e gli faccio ancora assaggiare le mie tette. Poi scendo e glielo prendo in bocca. Lui gode, mentre glielo succhio fino alla fine. Sento il suo cazzo che pulsa nella mia bocca e lo stringo con le mie labbra, lo avviluppo con la mia lingua, finché lui non mormora qualcosa e un getto caldo mi riempie la bocca.

Poi mi alzo e mi siedo davanti a lui, la fica tutta rossa e bagnata, le tette dure, i capelli scompigliati. Lui mi bacia, ride. Gli racconto tutte le fasi del mio piano e ridiamo tutti e due. Poi mi dice piano che il Cavalier B. l’ha fatta davvero grossa: questa sostituzione di persona è un reato – articolo 494. Dice che c’è la reclusione fino a un anno. Però, dico io, possiamo trovare una soluzione extragiudiziale, dice lui. Io mi metto a novanta, prona sulla scrivania.  Lui mi lega di nuovo i polsi con la cravatta. Mi apre bene le gambe. E mentre sento che il suo cazzo è di nuovo pronto, mentre lo sento tornare dentro di me, penso: grazie, Cavalier B.