Di Madame Gisele
Chi me l’ha fatto fare?, penso mentre riapro la casa dei miei, chiusa da mesi, piena di polvere, coi mobili coperti da lenzuola. Mamma e papà non ci sono più e io la mia vita ce l’ho da un’altra parte. Sono diventata Una Del Nord. Ho un lavoro ben pagato, un bell’appartamento e persino un compagno, anche se quando gli ho detto che scendevo al mio vecchio paese a vendere la casa, non ci ha neanche provato, a dirmi “vengo con te”.
Forse dovrei capire il suo “linguaggio non verbale”, come dicono certe riviste femminili. Anche perché non ne ha altri, di linguaggi. Non parla, non decide, non mi chiama e, diciamola tutta, non mi scopa. Sì, mi lascia libera: che palle, però.
Ma non è il momento di pensare a lui e all’inevitabile momento in cui lo mollerò.
Non tornavo al mio paese da anni. Ho da fare: scartoffie da firmare, notai da pagare, mobili vecchi da buttare via o da dare al primo che viene a prenderseli.
Ma quando apro la grande finestra del salone e guardo il mare, penso che tutto questo un po’ mi è mancato. E che laggiù si vede la Spiaggia.
The Beach, scherzo tra me e me pensando a quel film con Di Caprio che trova una spiaggia segreta e bellissima. E in effetti, proprio come lui, quel posto lo conosco solo io o quasi. Ed è agosto. Cerco nel vecchio armadio della mia camera. Il bikini blu che tanto scandalizzava mio padre (“Scostumata!”) c’è ancora. Me lo metto, e mi sta ancora: mi fa due belle tette – forse perché ho due belle tette – e un bel culo.
E in un attimo, eccomi lì, in bikini e sandali, alla Spiaggia. Ci sono solo io, come previsto.
I turisti vanno in quelle organizzate, chiassose e comode; la gente del posto pure. Questo posto, invece, è tutto mio. Tocco la sabbia calda coi piedi nudi e cammino fino al vecchio capanno. Negli anni Ottanta era un bar – un chiringuito, direbbero al Nord. Ora è vuoto.
Il mare è perfetto. Devo solo tuffarmi, e lo faccio. Dio, che meraviglia.
Ma quando esco dall’acqua, lo vedo. O meglio, lo riconosco.
Alto e scuro. Anche lui in costume. Quasi nudo, insomma. Me lo ricordavo bello, ma non così… statuario, ecco. Però vedo qualcosa che mi blocca.
Un tatuaggio sul petto, portato con una certa fierezza.
Sono lontana da tanti anni, ma le notizie di qui le leggo ancora. E so cos’è quel tatuaggio. Il segno dei Liberi. “Liberi”. Una cosca mafiosa come tante altre, eh. Ma si fanno chiamare così, loro. E mentre esco dall’acqua, lo saluto.
“Alfio?”
“Saretta”.
Nessuno mi chiama così da anni. Ma, insieme a quel nome, mi crollano addosso mille ricordi. Però facciamo finta di niente, io e lui, e parliamo come se lui fosse un tizio qualunque: sì, sono tornata, ma solo pochi giorni, vendo la casa dei miei, bla, bla. Lui mi lascia parlare, ma lo so, che mi sta guardando. So che guarda i miei seni sotto il costume bagnato, i miei capelli ricci e neri, pieni di acqua e sale. E tu, cosa fai?, chiedo. “Le solite cose”, sorride lui. Sa benissimo che io so. Affari sporchi e violenti. Poi però dice un’altra cosa.
“Io e te abbiamo un discorso in sospeso”.
Se lo ricorda.
“Eravamo dei ragazzini”, sorrido io, come a spazzare via tutto, con noncuranza. “Avevo quattordici anni, e tu…”
“Venti”.
“Ecco, era pure illegale”.
“Ma oggi no. E guarda che io quell’idea ce l’ho ancora”.
“E allora fattela passare”.
“E perché? Comando io, qui, ora. E questa spiaggia è mia. Ci vengo solo io perché è mia. Qui lo sanno tutti. Sei tu che hai violato le mie regole, sai?” E sorride.
Ma so che non scherza.
Già, perché Alfio è il figlio di Don Alfio. Il Boss. Uno di cui si è sempre parlato sottovoce, qui. Uno che ha sempre ottenuto rispetto, come dicono qui. Uno che ti faceva finire in fondo a un pozzo, in mezzo ai campi, se non facevi quello che voleva lui.
Quell’Alfio è morto in carcere: questo Alfio, invece, è ancora qui. E so benissimo cosa fa.
“Io sto da altre parti, ora“, dico. “Sai, posti in cui le donne hanno persino una volontà e decidono loro con chi andare a letto”.
“Perché, qui no?”
“No. Con te che comandi, no”.
Lui mi prende per mano. Non mi chiede il permesso. E mi porta nel capanno.
“Quante parole fai. Eppure, è tutto così semplice”.
“Medievale, semmai”, sibilo mentre mi accorgo che respiro un po’ più affannosamente di prima e che i miei capezzoli sono duri, sotto il costume.
“La tua idea”, contrattacco, “si chiama jus primae noctis. Ed era pure una cazzata”.
“Guarda che ho studiato pure io. So cos’è. Ma è una bella idea. Qui comando io e allora esigo un tributo, diciamo. Del resto, è la mia spiaggia”.
E qui sorride, ma sento anche la minaccia, quando aggiunge “E ho un diritto da riscuotere”.
“E se io non fossi d’accordo?”
“Quella volta eri parecchio d’accordo”.
Ha ragione, cazzo. L’ho baciato, quindici anni fa. E non sono andata oltre solo perché mio padre è piombato nella mia camera, ci ha beccati, ha fatto il diavolo a quattro e alla fine Alfio se n’è andato e mio padre mi ha mandata dagli zii al Nord a studiare. Proprio per questo.
“Oggi no. Oggi ho una mia vita e…“.
Troppo tardi. Mi sbatte contro il muro del capanno, mi ferma i polsi e mi inchioda lì, al muro, mentre mi bacia. Vorrei dirvi che ho opposto una fiera resistenza da donna moderna ed emancipata, che ne ho dette quattro a questo maschio Alfa prepotente e imperialista. E invece no. È come se fosse lo stesso bacio di quella volta in camera mia.
Come se i quindici anni non fossero mai passati.
Certo, in mezzo ci sono stati altri baci, ma nessuno così.
Alfio mi bacia e mi stringe i polsi. Scende sul mio collo e continua a baciarmi. Poi, come se niente fosse, mi strappa il pezzo di sopra del costume. Le mie tette esplodono fuori, sode, vogliose. E con un altro colpo, mi strappa anche il pezzo sotto. Sono già nuda. Un po’ mi vergogno di non aver neanche provato a resistergli, penso. Ma forse non voglio resistergli, penso ancora, mentre lui si abbassa il costume e mi fa prendere in mano qualcosa di duro e caldo, che preme tra le mie gambe: poi entra e mi prende tutta. Lui, in piedi, forte, mi tiene contro il muro, mentre io, inchiodata, posso solo baciarlo e lasciare che assaggi i miei seni, che li succhi, che con la lingua bagni i miei capezzoli mentre mi prende, un colpo dopo l’altro. E mentre lo fa me lo dice, nell’orecchio. Dillo.
E io obbedisco. Sono tua, ansimo, mentre lui mi fa venire.
Mi schioda dal muro solo quando smetto di gridare, felice, scatenata, quando sono venuta fino in fondo. Poi mi fa scendere e me lo mette in bocca. Come se fosse un suo diritto. Come se fosse il mio dovere. E allora lo assaggio fino in fondo. Altro che donna libera. O forse sono liberissima, perché dal momento in cui l’ho rivisto, da quel bacio di tanti anni fa, non volevo altro che questo, penso, mentre lui viene nella mia bocca e io lo lascio finire, mentre lascio che le mie labbra gli diano tutto il piacere che vuole, fino alla fine.
“Domani vedo il notaio, vendo la casa e mollo questo paese”, gli dico.
“Magari puoi restare un po’ di più”, dice lui “Ad agosto, qui, si sta benissimo”.
È un suggerimento, ma lo dice come se fosse un ordine.
Un ordine che, mi sorprendo a pensare, non vedo l’ora di eseguire.

