di Madame Gisele
Caro Diario,
Non è che mi lamento sempre. O forse sì. Okay, mi lamento sempre. Ma tu sei qui per questo, no? E poi, mica posso lamentarmi con le mie colleghe in segreteria: già non sono simpaticissime, in una scuola grande come la nostra, poi, non abbiamo manco il tempo per lamentarci. L’ho detto anche a Luca, a cena: ma lui a malapena staccava gli occhi dal telefonino. Poi l’ho visto, mentre cliccava veloce per non farmi vedere quella app di incontri. Quanto sono stronzi, gli uomini arrapati. Un po’ me lo aspettavo. Non dopo un anno di matrimonio, però. Dicevamo? Sto perdendo il filo. Se ti sembro strana, è perché… vabbè, faccio prima a raccontarti tutto. Sei qui per questo, no?
È successo tutto stamattina. Corri a scuola, trova parcheggio, caffè rapido alla macchinetta con le colleghe e le loro storie pallose. E poi arrivano quelli pieni di problemi, lagnosi, irritanti, chiacchieroni: i professori. E sì, poi ci sono anche i ragazzi. Forse non sono fatta per fare la segretaria di una scuola privata. Non solo devi risolvere le rotture di palle di tutti, corpo docente, allievi e compagnia: devi anche sorridere, mantenere lo stile della scuola. Ma oggi sono brava, sorrido a tutti e quando mi guardo nello specchio del bagno penso che sono bella. Carina? No: bella. Sei bella, Martina: me lo dico da sola, una volta tanto. Ho gli occhi neri e grandi, i capelli castani lisci, la bocca piena. Ho due belle tette sode sotto il maglione e i jeans che porto li portavo pure al liceo. E ho delle mani perfette, lunghe, eleganti, con lo smalto rosso e la fede al dito. Poi penso a Luca e ho voglia di piangere.
Esco dal bagno e arriva lui, con la faccia di uno che è qui per sbaglio. E per di più è bagnato fradicio: si è beccato tutto il temporale del mattino. Ma sembra anche non farci caso. È Masterson, dice. Io lo guardo perplessa. Il supplente di inglese, dice lui. Ah, già, ecco. Sorrido anche a lui, come a tutti. Però, forse a lui sorrido un po’ di più. Ma devo guardare in su per farlo: è bello alto. E ha una barbetta bionda da hipster anglosassone, gli occhiali alla John Lennon e gli occhi blu che guizzano e mi guardano. Si chiama Jonathan, dice, però tutti lo chiamano Nathan, dice, ma in realtà, dice, posso chiamarlo Nate. Parla un italiano perfetto, con un accento forte ma fresco. Irlanda, forse? Dice che è arrivato prima per sbaglio, ha un’ora buca e mi chiede se c’è un posto tranquillo dove leggere un po’, mentre aspetta. Ti faccio vedere, dico, e mollo il posto in segreteria alla mia collega. Che se le smazzi lei le fotocopie del test di matematica.
La nostra scuola è grande, e quando i ragazzi sciamano dentro fanno un casino allucinante. Poi, però, si sistemano come tante mandrie (sì, ho usato questo termine di proposito) nelle loro classi e di colpo i corridoi si fanno silenziosi. Calmi. Persino bui, in questa mattina raggelata di fine novembre. Porto Nathan, anzi, Nate, al terzo piano, nella saletta professori. C’è quella grossa, dove vanno tutti: qui, invece, non ci va mai nessuno. C’è anche un divanetto rosso e una macchina del caffè. Io e le mie colleghe ci andiamo quando vogliamo staccare. E allora ci porto Nate, che mi segue, silenzioso, calmo. Coi capelli biondi ancora bagnati.
Entriamo nella saletta e gli dico che può stare finché vuole. Lui mi ringrazia, con quell’ombra di Irlanda nella voce che mi fa pensare all’erba appena tagliata, alla pioggia. Posa l’ombrello ma, mentre lo fa, mi schizza. Si scusa subito, io ci rido su, vorrei fare la simpatica, la figa, ma quando riparto scivolo sul pavimento bagnato e cado come una pera. Lui, mortificato, mi aiuta a rialzarmi tra mille scuse. Sento le sue mani che prendono le mie e mi portano su. Oltre i suoi occhiali, mi guarda. Ma non come mi guarda Luca.
Guarda i miei occhi neri e i miei capelli castani. Guarda la mia bocca piena e gli occhiali che uso perché ci vedo poco, ma anche per nascondermi. Guarda le mie mani lunghe, con le unghie smaltate e solo la fede al dito. Si avvicina e mi bacia. Non ho neanche il tempo di dire un no: forse perché non voglio dirlo. Lui assaggia le mie labbra: sa di caffè e pioggia, mentre scende sul mio collo. Poi mi prende e mi sbatte contro la porta. Ne approfitta per chiudere a chiave la porta della saletta.
Mi bacia ancora e ancora, e io ricambio, gli faccio sentire tutta la mia lingua, sento la sua che mi entra in bocca. Sento le sue mani che mi strizzano le tette, e mentre una cerca il mio capezzolo sotto il maglione e il reggiseno, l’altra mi sta sbottonando i jeans. Armeggia un po’, smadonna qualcosa in inglese, io rido e poi mi slaccio il bottone dei jeans. Lui mi porta al tavolo e mi mette a novanta.
Sento i miei jeans che finalmente scivolano via, le sue mani che stringono il pizzo delle mie mutandine nere e lo strappano. Poi sento che mi toglie il maglione e mi stringe ancora le tette, mentre mi slaccia anche il reggiseno. E mi ritrovo lì, nuda, a novanta sul tavolo. Lui si sbottona i pantaloni, ma io voglio vederlo. E voglio che mi guardi. Voglio vedermi nuda davanti a lui.
Lui si ferma a guardarmi. Poi mi succhia le tette con una dolcezza che sa di fame – e mi fa morire di piacere. Mi fa sdraiare sul tavolo e mi apre le gambe. Scende con la faccia nel mio cespuglio nero, sento la sua lingua tra le mie labbra bagnate. Sì, sono già tutta bagnata e, per un attimo, penso che Luca non mi ha mai fatto eccitare così. Poi mi entra dentro con la lingua. Non so come faccio a non venire subito, lì, in quel momento. Poi si cala i pantaloni e io lo guardo, quel suo cazzo irlandese, coi peli biondi intorno, duro e rosso. Scendo e me lo metto in bocca, mentre lui si toglie il maglione, la maglietta, tutto.
Glielo succhio fino in fondo: spero solo non venga subito, perché abbiamo ancora molto da fare. Lui mi stacca e mi porta al divanetto. Si siede, col suo cazzo dritto pronto per me. Io mi metto a cavalcioni e lo lascio entrare tutto. Mi sento tutta riempita, mi muovo sopra di lui e mi lascio prendere tutta, mentre lui mi accarezza le tette e se le tiene in bocca, prima una, poi l’altra. Gli accarezzo i capelli ancora bagnati e per un attimo mi ricordo che ho la fede al dito. Lui me la toglie e la fa cadere, mentre continua a scoparmi e io mi dondolo su di lui, lo faccio crescere dentro di me, e lui mi dondola, accarezzandomi la schiena, stringendomi le tette. Prima sospiro, poi ansimo, poi grido proprio, ma mi trattengo – e lui, col gesto più sexy che ci sia, mi mette un dito sulla bocca. E poi in bocca, mentre io vengo, feroce, scatenata. Non urlo a squarciagola solo perché gli sto succhiando il dito.
Vengo fino in fondo e poi mi stacco da lui, che ha il cazzo tutto bagnato della mia fica. Scendo e me lo riprendo in bocca. Lui mugola di piacere. Me lo sento tutto nelle labbra. Poi gli faccio solo un cenno: qui o qui? Lui indica le mie tette. Glielo succhio finché non inizia a venire, e mentre lui ansima di piacere lo faccio sfogare tutto sui miei capezzoli. Poi lo assaggio con un dito.
Ci guardiamo, nudi, arruffati, felici. Mi rimetto la fede e gli occhiali e rido, perché sono nuda in saletta professori e il supplente di inglese mi ha appena scopata da dio e io penso agli occhiali, caro diario, non penso a Luca, e anzi, che legga pure queste righe – so che lo fai, Luca – e sappia tutto: che Nate mi ha scopata in modo meraviglioso nella sua ora buca.
Poi ci ricomponiamo, ci sistemiamo. Io torno alla mia postazione, alle macchinette del caffè e alle rotture di palle. Lui torna alla sua supplenza. Ma prima mi bacia e dice che vuole rivedermi. Io sorrido, poi torno in segreteria. Controllo l’orario online. E faccio qualche modifica. Nate avrà un’ora buca anche la prossima settimana. E la prossima. E quella ancora dopo. Per qualunque informazione, dovrà passare in segreteria, da me. E mentre ci penso, qui, in camera, da sola, mi sento già tutta bagnata. Del resto, sono già nuda. Scrivo queste righe e la mia mano scende tra le mie gambe, pensando alla prossima volta che sarà Nate a farlo. Non vedo l’ora, caro diario.
E ora, scusami: voglio venire ancora una volta, pensando a lui.

