Io, la mia capa… e tanti sex toys da provare

racconto lesbo in ufficio con capa e sex toys

di Madame Gisele

Il capannone grigio della ditta è ancora più grigio, stamattina.
Sarà che piove e fa freddo.
Sarà che in quel cubo di cemento spicca solo il neon blu col banalissimo nome della ditta e il suo orrendo logo.
Sarà che è domenica mattina e io sono qui a parcheggiare la mia Punto che cade a pezzi, invece di essere a casa con Marco.

Ecco, diciamolo pure: è la prima domenica in cui a casa ci sono solo io. Marco ha fatto i bagagli e ha impacchettato le sue cose proprio ieri, con una velocità e una tranquillità che mi hanno ferito ancora di più della fine della nostra storia di tre anni. Naturalmente ha infiocchettato tutto con le solite cazzate: non sei tu sono io, devo riflettere, ho bisogno di spazio per me stesso.

Ma io li ho letti, i suoi DM: e lo so benissimo, che lo “spazio per se stesso” è tutto tra le gambe di quella rappresentante tedesca della multinazionale per cui lavora, quella figa pazzesca che doveva vedere “solo per cena”, poi però sono “rimasti in ufficio fino a tardi” a “discutere”. Ma certo.

E allora, eccomi qua. Mi guardo nello specchio dell’atrio della ditta, con i miei occhiali e i miei capelli e gli occhi neri, che si vedono che hanno pianto, anche se ho messo fior di patch per nasconderlo. Ecco: sono ufficialmente una che va in ufficio di domenica perché se sta a casa piange tutto il giorno. Tra la rottura di coglioni e la tristezza, ho scelto la prima: fare l’inventario. Così mi ha chiesto – o meglio: così mi ha ordinato, con una certa schiettezza travestita da cortesia – il capo nuovo, arrivato da soli dieci giorni. Anzi, la capa.

Eccola, già seduta alla scrivania, alle nove del mattino di una domenica di novembre. Mi fermo un attimo e la guardo. Ha delle cosce invidiabili, penso, mentre la guardo che scrive sul suo Mac a gambe accavallate. O fa palestra da prima di essere nata o, peggio, è nata così. Si tormenta una ciocca bionda mentre con gli occhi grigi punta le solite scartoffie – il nostro ufficio ne produce tantissime. Poi alza gli occhi e mi nota.
“Chiara! Entra, dai, non ci metteremo molto”.
Sospiro, metto su il Sorriso da Lavoro ed entro.
“Buongiorno, dottoressa”.
“Chiamami Vanessa, ci siamo solo noi due, qui”.

La nostra ditta produce pezzi. Di cosa, in realtà, non l’ho mai capito. Pezzi meccanici. Tubi e snodi e… cose che evidentemente servono a qualcuno. Io mi occupo delle spedizioni, li mando in qualche fabbrica in capo al mondo e via. Ma oggi, Vanessa vuole controllarli tutti, dice.
Che palle. Però, appena mi siedo accanto a lei, succede qualcosa di strano.

“Hai gli occhi rossi” dice “Chi è che ti ha fatto piangere?”.
Wow. Così, a bruciapelo. Certo che è una che parla chiaro.
“Nessuno”, rispondo.
Ma la mia facciata di donna coraggiosa resiste per circa dieci secondi.
“Il mio ex”.
“Sai qual è il problema con gli uomini?” dice “È che non sono donne”.

E ride. E rido un po’ anche io. Lei si avvicina, complice. E continua.

“Ammettiamolo: pensano solo al loro cazzo”. Stavolta ridiamo forte tutte e due.
“Non sanno cosa ci piace”, mormora. E io noto solo ora che è venuta in ufficio con un tailleur scollato. Non avevo mai notato che avesse delle tette così: doveva fare la modella, mica il capo.

“Non sanno cosa ci fa venire”. E qui arrossisco perché sta andando davvero sul personale e insieme annuisco, perché ha ragione.
“Non sanno cosa ci eccita”.
E mentre me lo dice, è a pochi centimetri da me. “Io so cosa mi eccita”.
“Ehm… cosa?”.
“Tu. Dal primo giorno che ti ho vista”.
E mi bacia.

Ecco, questa non me la aspettavo. Non mi aspettavo le sue labbra morbide. Né la sua lingua che incontra la mia o i nostri respiri che diventano forti e veloci, mentre lei fa passare una mano lunga e affusolata, con le unghie smaltate di un bel rosso vivo, oltre il mio golfino e inizia a sbottonarmi la camicetta, per poi scivolare nel mio reggiseno. Sento le sue dita che mi accarezzano e i capezzoli inturgidirsi.

Ma lei non perde tempo. Si alza e mi sbatte contro il muro. Mi bacia ancora. Me lo dice in un sospiro: spogliati.
Io la guardo come a dire: ma davvero? Ma i suoi occhi grigi non ammettono un’altra risposta, lo capisco da come mi guarda, mentre spegne la luce e in quell’ufficio tutto si fa penombra e grigio, con la luce del neon blu del logo a colorare i nostri volti.

E allora, docile, mi tolgo il golfino e la camicetta. Mi sfilo la gonna e le calze. Lei mi fa un cenno e io mi abbasso le mutandine. Infine, dopo un altro suo cenno, mi slaccio anche il reggiseno. Lei sorride.
“Lo sapevo, che sei bellissima”.
“E tu… non ti spogli?”, dico.
“Quando lo dirò io. Ricordati che sono il tuo capo”, risponde. Poi prende dal tavolo uno di quei pezzi.

Un laccio di gomma. Sono talmente preparata che so persino il numero di matricola, 4210, ma non chiedetemi a cosa serva. Mi lega le mani con quel laccio. Io non so se preoccuparmi perché mi sta legando o preoccuparmi perché sono così bagnata che sgocciolo sul pavimento dell’ufficio. Mi sistema sulla scrivania, poi passa una mano tra le mie gambe… e scende a leccarmela.

Io mugolo di piacere. Prende un altro pezzo. Il 2616. Non avevo mai notato che ha giusto la forma della mia bocca. Me lo mette in bocca, delicatamente. Ora ho le mani legate e non posso parlare, ma il gusto del metallo in bocca è stranamente… eccitante. Mi sento una dea cyberpunk, mentre lei passa a leccarmi i capezzoli e io mi sento morire. Insiste ancora e io sento la mia carne che esplode di piacere.

Me li lecca, me li succhia. Poi si toglie il tailleur e la gonna. Sotto il tailleur ha solo un corpetto nero di pelle, che le lascia scoperte le tette e ha uno strategico buco proprio lì. Anche lei è tutta bagnata. Torna a succhiarmi le tette e mi fa impazzire. Poi prende un altro pezzo. Il 3377. Non ho mai capito a cosa serva, ma lei lo usa per pizzicarmi il capezzolo. Me lo stringe e un po’ mi fa male, ma mi fa anche godere. Io ormai sono in suo potere e voglio solo che continui.

Lei mi fa sdraiare. Eccomi: nuda, mani legate, i capezzoli rossi, la fica tutta bagnata. Lei sorride furbetta, poi prende un altro pezzo. Questo è grosso. Il 5270.
Sembrano due grossi tubi collegati. Solo ora mi accorgo di quanto somigli a due grossi, enormi cazzi collegati.
“Sai che questo l’ho progettato io?”, ride. “O meglio: l’ho modificato. Diciamo che per il lavoro non serve granché. Serve… ad altro”.

Questa o è pazza o è un genio, penso: ha progettato un sex toy con quei noiosissimi pezzi meccanici. Dovrei dire qualcosa, ma non posso. Potrei ribellarmi, ma non voglio. Voglio solo che lei faccia quello che vuole col mio corpo. Lei lecca le mie tette ancora un po’. Poi, di colpo, me lo mette dentro.

Io godo tantissimo mentre quel pezzo di ferro liscio, con la punta rotonda e chiusa, grosso e duro, penetra nella mia carne. Lei si stende e fa entrare l’altro cazzo di ferro dentro di lei. Siamo vicine, unite da quel doppio pezzo che ci fa godere. Lei inizia a muoversi, prima piano, poi sempre più imperiosamente. Okay, è un genio della meccanica – e dei sex toys. Io vorrei gridare ma non posso, ho la bocca tappata e tutto mi eccita ancora di più.

Lei si muove e fa muovere il pezzo, che arriva fino in fondo a me e a lei, finché non vengo trionfalmente. Anche lei urla di piacere. Ma non viene. Aspetta. Io mi riprendo un attimo. Lei mi libera la bocca e mi bacia. Poi fa un cenno perentorio. Devo scendere lì, tra le sue gambe. E allora lo faccio, nuda, bagnata e legata come sono. Gliela lecco e mi faccio bagnare dalla sua fica bionda finché anche lei non urla di piacere e viene, clamorosamente. Solo allora slega il pezzo 4210 e mi libera.

Io resto lì, sul pavimento, nuda e scarmigliata, accanto a lei, che mi bacia. Accarezza ancora un po’ le mie tette, passa le sue unghie smaltate di rosso sulla mia carne. Bacia il mio seno un’ultima volta.
“Beh, mettiamoci al lavoro”, dice, improvvisamente seria. Io mi blocco per un attimo.
“Davvero?”.
“Certo”, mormora lei mentre prende un altro pezzo. Anche questo somiglia a un grosso cazzo. Poi sorride.
“Voglio provare con te tutti i pezzi. Controllo qualità, no?”.
“Agli ordini, dottoressa”.