di Madame Gisele
Caro diario,
Ammettiamolo subito: io, il mio lavoro, lo faccio malissimo.
Sono negata, sono un’incapace, una cretina. Lo penso mentre scocca la mezzanotte e la hall dell’hotel si svuota. Guardo i vetri perfetti e i divani di design, le illustrazioni d’autore ai muri e penso che sono l’unica cosa fuori posto, qui. Sono receptionist – in prova – da due settimane in questo hotel incredibilmente figo strafrequentato da uomini e donne d’affari, tutti belli, eleganti… e io? Io mi sento una penna biro in una collezione Cartier.
Eppure, sono carina. Ho i capelli rossi e le lentiggini e nel tailleur blu scuro dell’hotel faccio la mia figura. Mi trucco il giusto e ho delle mani davvero belle, penso, guardandomi nello specchio: lunghe, eleganti, le unghie smaltate di rosso. Ho delle belle gambe e delle belle tette, ecco, anche se non si vedono granché, qui al bancone dell’hotel. Eppure, mi sento brutta e stupida. Sarà che oggi ho sbagliato due assegnazioni delle camere e il direttore mi ha cazziata alla grande, e quindi, guarda un po’, sono finita al turno di notte.
Vorrà dire che mi sfogherò con te, caro diario, e poi…
Aspetta.
Lo vedo, appena fuori dalle porte girevoli dell’hotel. Lui entra. Oookay, Elena, non farti vedere che lo stavi guardando. Oddio, sta puntando dritto qui. Mi armo del mio sorriso migliore. Lui, però, non sorride. Non dice neanche buonasera. “Ho una prenotazione”.
Guardo subito, dico. E intanto guardo lui. È giovane, bello e incazzato. Sembra quell’attore, quello che… ecco: sembra 007. Pierce Brosnan. Lo so perché i miei coinquilini si guardano film di James Bond uno dopo l’altro.
“Può fare in fretta, per favore?”, sibila lui.
Ed è qui, caro diario, che mi rendo conto che ho di nuovo sbagliato tutto.
“La doppia, vero?”.
“No”, risponde gelido lui. “La suite. La suite grande”.
Porca troia, penso. La suite non c’è. L’ho già assegnata. E non è colpa dei sevizi di booking: ho sbagliato proprio io. Porca troia. E quel che peggio, mi ritrovo a dirlo ad alta voce, “porca troia”.
“Scusi?”
“N-no, niente, è che c’è stato un… la suite non c’è”.
“Eh, no!”, sbotta lui, “io ho pagato per la suite!”.
“Mi dispiace, è un errore mio e mi scus…”.
“Mi faccia parlare col suo direttore, per cortesia”.
“Il direttore n-non c’è, mi scusi tantissimo…”.
Pensa, Elena, PENSA! “Ho libera la suite piccola. Che ne dice?”.
Lui mi guarda inferocito. Il problema è che da inferocito è anche più bello. Poi brontola un “Va bene”. A questo punto mi sento in dovere di non peggiorare le cose.
“La accompagno io, va bene? Mi scusi ancora”.
Saliamo in ascensore. Lui guarda il cellulare. Io sono viola, agitata, ho gli occhi lucidi e spero di non scoppiare a piangere. Però, per un attimo vedo che mi guarda. E sorride. O forse me lo immagino solo. In quel momento, arriviamo al piano.
Lo accompagno alla suite, che sarà piccola però è fighissima, secondo me – anche perché io vivo dall’altra parte della città in cinquanta metri quadri. Lui posa la valigetta.
“Mi scusi ancora, davvero, io non volevo…”.
“E comunque voglio ancora parlare col suo direttore”.
“La prego”, crollo, “No. Mi dica come posso rimediare”.
Lui, stavolta, mi sorride. Si toglie la giacca e si sbottona la cravatta. Si lascia cadere sulla poltrona. Fuori, le luci della città brillano, lontane, dalla grande finestra.
“Io un’idea ce l’avrei”. Mi fa cenno di avvicinarmi. E me lo dice, nell’orecchio. Arrossisco ancora di più. Poi, per un attimo, mi indigno un po’. Ma come si permette, questo? Però, mi sorride.
“Forse, ha bisogno di un incentivo”.
E allora, mi bacia. Caro diario, io qui dovrei dirti che sono stata dura e integerrima e professionale: che mi sono divincolata e ho dato uno schiaffo a quel porco.
E invece no. Perché quel bacio è stato qualcosa di divino. Come se mi avesse incantata. O meglio, quel bacio mi ha ricordato che non sono solo un tailleur e un lavoro noioso e una “professionista”. Che a demolire tutte quelle cazzate e tutte le mie paure, bastavano solo le sue labbra. “Allora, vogliamo rimediare?”, continua lui. Stavolta, sto al gioco.
“Se ha delle richieste particolari…”.
“Gliel’ho detto. Per il resto… si senta libera. Molto libera”.
Capisco il gioco. Mi sfilo le scarpe coi tacchi. Lascio cadere la giacca. Poi mi sbottono la camicetta, piano, finché lui non vede il mio reggiseno nero. Lascio che sia lui a togliermi la gonna, a vedermi le mutandine di pizzo, anche loro nere. Mi sciolgo i capelli. Poi mi abbasso le mutandine e gli faccio vedere la mia fica tutta rossa come i capelli. Infine, mi slaccio il reggiseno e libero le mie tette, strizzate in quel tailleur da troppo tempo. Lascio che mi guardi nuda e non ho più paura: mi lascio guardare. Poi mi inginocchio. Apro la sua cintura di Hermés e gli abbasso i pantaloni. Gli sbottono la camicia: ah, però, pure gli addominali non sono niente male. Gli abbasso i boxer – guarda un po’, ha i boxer con le ciliegie.
Poi guardo il suo cazzo duro che si protende davanti a me.
Gli sorrido. Poi me lo metto in bocca. Tutto. Fino in fondo.
E dire che a me, di solito, non piace farlo. Eppure, stavolta mi sembra tutto giusto, tutto naturale. Sento i muscoli del suo petto che si rilassano, mentre con le mani glieli accarezzo.
Gli faccio sentire le mie labbra che vanno su e giù, giù e su. E mentre lo faccio, lo guardo dritto negli occhi. Altro che farmi licenziare, bello: qui comando io. Sei tu che sei in mio potere, adesso. E lo sento diventare bello grosso, mentre lo faccio uscire ed entrare nelle mie labbra, mentre lo avviluppo nella mia lingua, mentre lo sento indurirsi sempre di più. Lui mi accarezza i capelli, guida la mia testa in un ritmo che sembra un ballo osceno e delizioso. Io gli accarezzo il petto, poi me lo tolgo dalla bocca e glielo accarezzo con due mani.
Ma lui è chiaro: rivuole la mia bocca e solo quella. Allora me lo rimetto dentro, gli faccio sentire il mio respiro, vado a ritmo con lui e lui con me, lo guardo, gli sparo uno sguardo come a dire Licenziarmi? Sei tu che sei mio, ora. In quel momento, lui mi viene dentro. E io lo lascio sfogare tutto, fino in fondo, mentre mi tiene la testa. Mentre ci guardiamo negli occhi. Solo all’ultima goccia, lo mollo. Sento il sapore di lui tra le labbra e nella gola. Lui, sfatto, felice, sorride.
“Credo che questa suite andrà benissimo”, sorride lui.
Io gli sorrido. Poi prendo il reggiseno e inizio a rivestirmi. Ma quando sto per tirarmi su le mutandine, lui ride e mi butta sul letto. Lo guardo e ride. “Davvero non hai capito?”.
Lo guardo, perplessa.
“Questo hotel è mio!”, ride lui. Scoppio a ridere anch’io.
“Sono licenziata, allora?”.
“No. Anzi, la sua professionalità merita un premio”.
Lo sento, mentre si tuffa tra le mie gambe. Sento la sua lingua che entra dentro di me.
Rido, mugolo di piacere e mi preparo a godere tanto, mentre guardo la città di notte.

