Il pranzo della domenica con gli zii

racconto incestuoso zio nipote

di Madame Nicole

Il pranzo domenicale da nonna era un rito per tutta la famiglia. Un fiume ininterrotto di chiacchiere, profumo di ragù e il ronzio fastidioso delle zanzare contro le quali lei non voleva fare il trattamento.
Io, a diciannove anni, ero un’anima in pena intrappolata in quel cerchio di parenti. Tutti parlavano e nessuno si ascoltava, si sovrapponevano nei loro monologhi, ridevano per battute che avrebbe fatto un bimbo di cinque anni.
Tutti così, tranne lui. Mio zio Marco.

A quarantuno anni, Marco era un’isola di silenzio in quell’oceano di caos. Soprattutto, era affascinante. Non nello sfacciato modo con cui si pavoneggiavano i miei coetanei dell’epoca, ma con una quiete matura, una sicurezza che gli brillava negli occhi scuri e stretti. Tra le pieghe della camicia di lino si intravedevano i suoi pettorali.

Appena possibile mi sedetti accanto a lui col pretesto che il vino stava sempre dalla sua parte del tavolo e che mia madre aveva raggiunto la nonna a capotavola. Sotto il tavolo, la mia gamba non faceva che cercare la sua. Indossavo un paio di piccoli short, la mia coscia nuda lo sfiorava con un tocco leggero, come una piccola costante una sfida.

Tutta quella sicurezza veniva messa alla prova a ogni mio sfregamento. Lui sobbalzava, quasi impercettibilmente, per poi continuare a tagliare la sua fetta di arrosto come se nulla fosse.

“Ma poi, lo sapete che Gianni è andato a fare progettare il giardino da Binotto…?” la voce acuta di zia Maria era come una forbice che tagliava il filo della nostra tensione. Ma io, ogni volta ricominciavo a tessere la mia ragnatela come un ragno paziente.

La mia mano scivolò dalla mia coscia alla sua. Le mie dita, leggere come il becchettare di un uccellino, cominciarono a picchiettare sulle sue gambe muscolose con le unghie fresche di gel che avevo fatto quel pomeriggio. Tutti ci vedevano, ma nessuno ci stava guardando. La mano esitò verso l’interno coscia e io arrossii quando sentii qualcosa che tirava il tessuto dei suoi pantaloni, la calda consistenza che emetteva il muscolo sotto.

Lui si bloccò, la forchetta a metà strada tra il piatto e la bocca. Non mi guardò. Ma qualcosa di grosso si irrigidì al mio tocco.

“Zio,” dissi con una voce che voleva essere innocente, ma che uscì roca e sporca come i miei pensieri “passami la carne, per favore.”

Tese il braccio in modo meccanico, i suoi occhi ancora fissi sul suo piatto. La sua pelle era viva, pulsava sotto la mia mano e le mie unghie ora ne studiavano la forma. Contavo le vene che pulsavano sotto il tessuto, misuravo con curiosità la punta che sembrava non finire mai. Una scarica elettrica, piccola e selvaggia, mi attraversò.

“Che brava bambina, la nostra Giulia,” commentò la nonna a capotavola. “Lo sai Marco che all’università sta andando tanto bene?”

Feci un sorriso verso la nonna mentre con la mano libera afferravo il piatto con l’arrosto che mi stava passando lo zio. Le nostre mani si sfiorarono, le sue mani grandi erano morbide e curate, feci un piccolo cerchio con l’indice sul dorso della sua mano. Lo stesso che stavo facendo con l’altra mano sul suo cazzo così duro che da un momento all’altro credevo che avrebbe strappato i pantaloni. Ci picchiettai sopra alla ricerca della scanalatura tra la cappella e l’asta, la graffia, e infine glielo strinsi con tutta la mano.
Le mie piccole dita riuscivano a malapena ad abbracciarne la metà del volume.

La zia Maria mi toccò la spalla e io mollai tutto con un balzo. Lei era la vera zia, dei due. Marco si girò verso di lei e la baciò. Io intanto gli accarezzavo piano con il collo del mio piede il polpaccio. Non ce la facevo più, volevo vederlo crollare.

Quando il pranzo giunse al termine, con il caffè che stava per essere servito, mia zia si alzò, iniziando a raccogliere i piatti con lentezza regale. “Marco, tesoro, mi aiuti a sparecchiare? Dopo portiamo il dolce.”

Era l’occasione.

Lui annuì, evitando il mio sguardo, e i due iniziarono a muoversi in una danza domestica, caricando i vassoi con piatti e posate. Io li seguii, col pretesto di occuparmi del vino e dell’acqua. La cucina era un regno di caos ordinato. Piatti sporchi ammucchiati, pentolame che emetteva ancora tepore e umidità. Mia zia si mise a lavare i piatti per il dolce, dando le spalle alla porta. Io feci finta di uscire e mi infilai nel piccolo salotto di fronte alla cucina. Era buio, come il resto della casa di nonna, che non sopportava la luce de sole.

Marco posò un vassoio pesante sul lavello, baciò sua moglie e nel farlo le appoggiò i pantaloni gonfi contro la gonnellina. Il maiale stava rispondendo alla mia provocazione. La zia si schermì, ma i due si scambiarono uno sguardo intenso e lei gli diede un piccolo schiaffo sul cazzo duro che stava spingendo sotto i pantaloni.

Invece di infastidirmi, mi eccitai. La mia mano mi sorprese quando si infilò negli short e cominciò ad accarezzarmi il clitoride. Le mutandine fradicie facevano facevano un rumore liquido e io mi diedi un morso alla lingua per trattenere un sospiro di godimento. Un primo timidissimo orgasmo mi scosse. Così, dal nulla, ma poi lui si girò mentre sua moglie continuava a lavare i piatti e mi guardò con gli occhi carichi di desiderio. Non avevo mai percepito un’energia sessuale così intensa. Lui mi vedeva, ero nascosta al buio e non riuscivo a smettere di masturbarmi. Mi portai la mano alla bocca e me la succhiai per gustarmi gli umori che sapevano di un desiderio che da sempre mi tormentava e che solo da poche settimane ero riuscita a confessargli.

Lui non accostò la porta, la zia era impegnata in una discussione con gli altri parenti, distratta dalle urla insistenti che entravano dalla finestra della cucina e intanto, la mia mano scivolò dritta sul suo fondoschiena, mentre gli chiedevo con tutta me stessa di premer il suo corpo contro di me.

“Zio,” sussurrai contro il suo collo, il respiro caldo che gli solleticava la pelle. “Non è una bella giornata?”

Lui si girò di scatto, il suo viso era una maschera di sconcerto e desiderio. Qualcosa di cupo e di famelico nel suo sguardo, qualcosa che mi fece venire i brividi insieme a un’altra piccola scossa di piacere.

“Giulia, che fai?” La sua voce graffiava l’orecchio.

Mi alzai sulle punte, il mio viso a pochi centimetri dal suo. “Mi godo questa bella giornata.”

E lo baciai.

Non fu un bacio innocente. Fu una presa in possesso. La mia bocca sulla sua, esigente, le mie mani che gli stringevano i fianchi per poi cercargli finalmente quel grosso cazzo che stava costretto lungo la coscia, sotto i pantaloni. Tirarglielo fuori non fu facile.

Per un istante, lui rimase rigido, inerte, poi la sua resistenza si sciolse come zucchero nell’acqua calda. Le sue mani mi cinsero la testa, mi tirarono a sé, mentre nascosta dietro la poltrona della nonna la mia bocca cercava di prenderlo tutto e quel senso affogamento che mi dava sentirlo nella gola mi fece bagnare ancora di più.

La mia lingua e le labbra danzavano intorno alla sua cappella, disegnando lo schema di una battaglia selvaggia e dolcissima.

“Marco! Viene a prendere il tiramisù fra cinque minuti?” la voce di mia zia dalla cucina tagliò l’aria come un proiettile.

Lui si staccò di scatto, il petto che ansimava, gli occhi pieni di panico e desiderio. “Non possiamo…” disse, “La tua famiglia… è anche la mia famiglia.”

“Vieni,” dissi io, non chiedendo altro. Lo presi per un polso. Era caldo, sudato. Lo trascinai dietro la porta del salottino. Il nostro piccolo santuario fatto di coperte di merletto e intriso dell’odore stantio di naftalina e fiori secchi.

Lasciai la porta socchiusa perché lui vedesse sua moglie, ma il rumore del mondo svanì, sostituito dal martellio del mio cuore che andava al ritmo dello sfregamento che il suo cazzo faceva contro la piega del mio culo nudo. Con un gesto abile mi aveva calato short e mutandine, mi girai per guardarlo quando lo sentii appoggiarsi tra le mie grandi labbra.

“Sei sicura?” chiese in un’ultima, fragile difesa.

In risposta, mi piegai e lo portai io stessa dentro di me. Il suo sguardo si incendiò. mi sembrava di esplodere, ero piena di lui.

La sua bocca alitava il mio nome sul mio collo, le sue mani erano ovunque. Era più bruto di quanto avessi immaginato, assetato di una voglia che io avevo fatto crescere sempre di più.

Mi morse la clavicola, le sue dita si infilarono sotto il mio reggiseno sportivo, tirandolo giù con un movimento brusco e liberando i piccoli capezzoli turgidi. Questa volta un gemito fuggì dalle mie labbra.

“Zio,” mi lasciai andare. “Marco…” e lo dissi come una preghiera, poi come una bestemmia.

Lui rispose con un ringhio soffocato, mi spinse contro la parete, con un quadro della nonna che ci guardava con gli occhi sbarrati, i suoi colpi dentro di me mi toglievano il respiro.

Ci muovevamo in un ritmo feroce, che quella casa aveva ormai dimenticato. Le sue mani mi stringevano i fianchi, la sua bocca era sulla mia pelle, seminando umori e piccoli lividi. Sentivo il suo respiro affannato nel mio orecchio, sentivo la sua forza, la sua esperienza. Era tutto ciò che avevo immaginato e molto di più.

Non credevo che il piacere potesse crescere più di così, ma un’onda si alzava, minacciosa e meravigliosa. Lui capì, accelerò, le sue spinte diventarono più profonde, più disperate.

“Zio,” gridai, ma lui fu pronto e mi tappò la bocca mentre l’orgasmo più potente mi travolgeva, facendomi tremare e sussultare contro la porta, a pochi metri da sua moglie che asciugava i piatti e commentava un aneddoto con la gente a tavola. “Oh Dio, zio…”

Sentii il suo corpo irrigidirsi, un tremito che lo percorse tutto, poi un lungo sospiro quando si liberò dentro di me.

Rimanemmo così per un momento, appoggiati l’uno all’altra, sudati e senza fiato. L’odore del sesso si mescolava con quello di naftalina, creando un profumo nuovo, tutto ostro.

Poi, il mondo tornò a bussare. “Marco? Dove sei? Il tiramisù si sta sciogliendo! Fatti aiutare da Giulia!”

Lui si ritirò lentamente, ci sistemammo in fretta, un silenzio imbarazzato si era impossessato di lui, ma io non ero imbarazzata. Ero sazia, finalmente… Eppure ne volevo già ancora.

Arrivammo in cucina come se nulla fosse. Ma qualcosa era cambiato per sempre. Mentre mio zio porgeva il cucchiaio per il dolce, i suoi occhi trovarono i miei per un frammento di secondo. E in quello sguardo, vidi il mio stesso desiderio.