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Fui assunta da una nobildonna come dama di compagnia. Non era il lavoro che cercavo ma, separata di fresco da quello che era diventato il mio ex-marito, avevo bisogno di un tetto e un piccolo stipendio per rifarmi una vita.
Leggendo gli annunci economici di un quotidiano, fui attratta da una inserzione dove una contessa, cercava una dama di compagnia che fosse giovane, disponibile per vivere insieme a lei nella sua villa fuori città, che parlasse inglese e che non avesse legami. In cambio offriva vitto, alloggio, uno stipendio più che onorevole, la possibilità di fare viaggi intorno a mondo. L’unica avvertenza che era scritta per inciso era l’indispensabile bella presenza.
Pensai che potevo rispettare ogni criterio richiesto dalla contessa e fu così che le inoltrai il mio curriculum corredato da foto come da richiesta, presso una anonima casella di posta elettronica pensando che fosse tutto tempo perso.
Per una volta mi sbagliai e me ne resi conto non appena, una settimana più tardi, il mio cellulare squillò fissando un appuntamento presso la villa della contessa della quale mi veniva comunicato l’indirizzo preciso.

Quella mattina, indossai il vestito più formale che avevo e alle calze fumé, aggiunsi un paio di scarpe di vernice nera con un tacco non vertiginoso ma significativo. Mi guardai allo specchio della camera che dividevo con una mia amica che mi stava ospitando, e mi vidi davvero una bella e giovane donna.
Ero riuscita a mantenere la linea a costo di sacrifici e rinunce dove dieta e ginnastica avevano avuto modo di conservare il corpo di una ventenne; corpo che madre natura aveva donato in modo più che clemente e che mi aveva permesso addirittura, di fare dei servizi fotografici per alcuni capi di intimo. Quella promettente carriera fu quasi subito censurata da quello che sarebbe diventato mio marito, geloso e possessivo che mi aveva vietato di posare solamente vestita di slip e reggiseni.

Il moderno cancello di una villa che neppure si vedeva, nascosta com’era da alberi di lungo fusto, si aprì senza alcun rumore facendomi entrare in quella che si intuiva, fosse una proprietà sicuramente molto estesa. Il vialetto ciottoloso che percorsi con la mia utilitaria mi condusse fino ad una costruzione patrizia che doveva essere molto antica e importante.
Si aprì il pesante portoncino di legno lavorato lasciando apparire un cameriere di mezza età, totalmente assorto dal suo ruolo da rimanere perfino impersonale, che mi accompagnò in un salotto dove troneggiava un imponente camino in marmo.
Nei minuti di attesa osservai ceramiche, argenti, quadri, tappeti, mobili di radica, tantissime cornici con foto in bianco & nero sicuramente raffiguranti la contessa durante la sua giovinezza o, forse, la sua famiglia. E proprio mentre stavo continuando a curiosare arrivò la padrona di casa.
Ad occhio e croce poteva avere una sessantina d’anni ma molto ben portati. L’informale tuta da ginnastica che indossava, raccontava di un fisico tenuto più che bene che si evinceva da un seno ritto (non indossava nulla sotto la tshirt bianca) dove non passavano inosservati due capezzoli che avrebbero fatto la goduria di molti uomini. La capigliatura corta alla maschietto non celava nulla di un viso praticamente perfetto dai dolci lineamenti che, nonostante tutto, lasciavano intuire di aver vissuto tante avventure in giro per il mondo.
Mi fece accomodare cominciando a sferzarmi da domande severe che però apparirono oneste e leali. Apparve soddisfatta di quel colloquio congedandomi e dandomi un appuntamento alla settimana successiva per comunicarmi l’esito della sua scelta.

Quando presi servizio in villa, ero al settimo cielo! Non avevo una stanza come credevo ma addirittura tutta una dependence della quale potevo disporre come meglio avessi ritenuto opportuno. L’emolumento era di tutto rispetto e il mio compito non era certo quello di fare il bucato o preparare da mangiare, bensì di accontentare la contessa in ogni suo capriccio, essendo a sua disposizione.

Le sue richieste, durante il primo mese di lavoro (se così lo posso definire) erano praticamente inesistenti: un paio di volte un accompagnamento in città, una volta da una sua amica di vecchia data, qualche volta all’istituto di bellezza e poco altro.
Poi, la storia cambiò in modo repentino ed inaspettato.
Una sera, mentre ero nella dependence la contessa mi chiamò pregandomi di raggiungerla nella sua camera da letto. Spaventata mi sbrigai a raggiungere la villa e a salire nei suoi appartamenti (il maggiordomo era già andato via) pensando di trovare la contessa in preda a qualche problema di salute per la quale richiedeva il mio aiuto e invece…
la contessa aveva addosso una guêpière di pelle arricchita da borchie di metallo, delle autoreggenti neri, scarpe di vernice con tacchi vertiginosi e, soprattutto, indossava uno strapon con un dildo più che poderoso nelle dimensioni.
‘Ho voglia di te’ disse con fare che non ammetteva repliche e il suo sguardo penetrò il mio facendomi un effetto che mai avevo provato prima. Si abbassò il corpetto lasciando uscire due tette sode dai duri capezzoli incorniciati da delle aureole così perfette che parevano disegnate con un compasso.
Si avvicinò a me strappandomi il kimono che indossavo per la notte, lasciandomi totalmente nuda e spingendomi sopra il suo lettone. Le sue mani frugarono la mia pelle, soffermandosi sul mio petto per poi scivolare fino al pube e giocando con le grandi labbra che si infuocarono immediatamente, tanto era il tempo passato dall’ultima volta che avevano goduto.
La sua lingua penetrò la mia bocca, violentandola e lasciando un sapore di alcool e sesso mentre le sue dita allargavano la mia fica vogliosa che iniziava a tracimare umori e piaceri.
racconto strap on matura lesbicaPoi, senza alcun preavviso iniziò a penetrarmi con quel suo dildo gigante che mi sfondò la fica fin dal suo primo colpi di reni. E più spingeva, più mi faceva male e più godevo come una troia, oramai persa nei miei desideri erotici come lei nei suoi. Estrasse lo strapon dalla mia fica violentata per cambiare posizione e per leccare la mia vagina mentre avevo preso a succhiare quel cazzo così gigante che sapeva ancora del mio piacere.
Fu delizioso leccare anche la sua di fica che sapeva di sesso sfrenato, prima che riprendesse posizione con lo strapon che sapeva usare magistralmente e che mi impalò con rude fermezza, facendomi piangere da un dolore allucinante che si stava trasformando in un sublime piacere. Lo sfintere aveva ceduto e la mia fica stava subendo una teoria di orgasmi che mai prima di allora avevo provato con nessun uomo con il quale avevo fatto l’amore.
Fu una lunghissima notte che terminò solo alle prime luci dell’alba quando, sfinite, ci abbandonammo in un abbraccio saffico che ci ritrovò allacciate al risveglio nel primo pomeriggio.
La contessa, sorridente, allungò il caffè portato dal discreto maggiordomo qualche minuto prima e finalmente compresi di quale compagnia aveva bisogno quella donna che continuai a servire con tutto il piacere possibile di farlo.