Erotici racconti: storie saffiche in treno

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Quella mattina ero stanca e svogliata mentre trascinavo le gambe molli, un passo dietro l’altro, verso il binario del treno. Viaggiare per lavoro mi stressa e per compensare l’umore funereo mi munisco di libro, iPad, cuffie, musica, caffè, biscotti, determinata a isolarmi dal mondo, ignorare i terribili compagni di viaggio ed evitare categoricamente di leggere la posta o lavorare. Non voglio parlare con nessuno e quel giorno per esserne certa avevo anche gli occhiali da sole, nonostante fossero le 7:00 e il continuo susseguirsi di gallerie rendesse la luce della carrozza piuttosto tenue.

All’arrivo nella prima stazione di sosta ero già quasi appisolata, mentre guardavo un vecchio film di Woody Allen di cui conoscevo le battute a memoria e poiché ero seduta da sola in uno di questi posti da quattro, con tavolino, avevo sistemato i miei bagagli in modo disordinato.

Un’ombra mi coprì improvvisamente e una voce maschile chiese gentilmente di spostare la borsa dal sedile di fronte. Ubbidii senza coscienza, cercando di non guardare il volto dell’interlocutore, quando con la coda dell’occhio notai una criniera bionda in piedi di fianco a me. Si spostò e, come se la luce fosse improvvisamente comparsa in quell’angusto spazio, rimasi accecata mentre seguivo con lo sguardo un caschetto color del sole posizionarsi esattamente nel sedile di fronte al mio.

Una donna sottile, alta, dal collo elegante, con spalle magre e larghe, mi sedeva davanti e la sua sola presenza, la scia di profumo che la seguiva o gli ormoni esplosi nell’aria, mi avevano completamente risvegliata ed eccitata. Dietro le lenti scure, tentando di non farmi notare, la spiavo. Aveva mani lunghe e la pelle bianchissima, gli occhi azzurri e i capelli corti a metà orecchio, con una frangetta lunga, dritta e spettinata. Era struccata e intuivo, sotto ai vestiti dal taglio maschile, un corpo vagamente androgino.

All’improvviso alzò gli occhi e mi guardò, chiedendo con un sorriso

“anche lei è diretta a Roma”?

“Sì, ci vado per lavoro e lei”?

“Sì, Tommaso e io abbiamo un appuntamento a Cinecittà. Tommaso è il mio manager e non mi molla un attimo”!

“A Cinecittà? E’ un’attrice”?

“Più che altro faccio la modella, ma sto tentando di cambiare carriera” mi spiegò, accennando una leggera risata, come se l’idea fosse ancora prematura e nemmeno lei ci credesse veramente.

“Che bel lavoro, ho sempre invidiato le modelle. Belle, con un corpo da favola e una vita da sogno”.

“Grazie per il complimento, ma avrebbe potuto fare la modella anche lei, se avesse voluto”!

“Troppo gentile, fingerò di crederle” risposi d’un fiato, emozionata per l’apprezzamento.

“Quindi che lavoro fa, invece”?

“Sono ingegnere, nulla di interessante”.

“Sono io a invidiarla, avrei voluto fare l’università”, sospirò, prima di iniziare a leggere una rivista di moda.

Non riuscivo a trattenere l’eccitazione ed ero sconvolta, non mi piacevano le donne, credevo. Eppure quegli occhi azzurri mi avevano stravolto e desideravo solo correre in bagno a toccarmi il clitoride, mescolando orgasmi a vergogna, immaginazione a pudore, desiderio di libertà a senso del dovere.

Invece decisi di andare a prendere un caffè e mi avviai verso la carrozza ristorante, perché il caffé cura ogni mio problema, in cambio di una poderosa gastrite ovviamente. Mentre stavo per ordinarlo notai che la bionda si era messa in fila per il bagno e inizialmente non ci feci caso, ma all’improvviso i nostri sguardi si incrociarono e un’idea folle mi balzò in mente. Mollai l’ordinazione e mi misi in coda dietro di lei, con la testa confusa e un piano non molto. La porta del bagno si aprì e d’istinto feci per seguirla, quando si girò e mi afferrò il braccio destro trascinadomi dentro.

Chiuse a chiave, in uno spazio ristretto e sudicio, ci sentivamo stranamente protette e senza inibizioni, libere dalla nostra stessa pelle che a volte ci opprime. Le nostre dita cercavano contemporaneamente la figa dell’altra, scivolando tra i bordi delle maglie e gli strati di stoffa. Le bocche morbide, idratate, delicate, senza barbe ruvide, si baciavano con famelico vigore, mentre gli umori iniziavano a scendere e qualche suono soffocato esplodeva nel petto.

Non ero mai stata toccata da mani femminili, eppure mi sembrava un tocco familiare il suo, come se sapesse esattamente cosa fare. Io mi impegnavo cercando di stimolare i punti che sarebbero piaciuti a me e mi inorgoglivo se vedevo le sue gambe tremare e se il palmo della mano mi si bagnava.

Bussarono ripetutamente alla porta e d’incanto la magia svanì. Ci guardammo con aria vagamente stupita e, sistemandoci i vestiti avrei giurato che stessimo entrambe arrossendo.

Nessuna parola, nessun fiato, il respiro mozzato mentre aprivamo la porta sotto alle proteste degli altri passeggeri.

Quanto saremmo state là dentro? Avevo perso la mia fermata? Non sapevo nemmeno il suo nome!

Tante domande di cui non mi interessava la risposta.