Sul filo del desiderio

racconti

Le stanze di Madame racconti eroticiMi sentivo sospesa, attaccata ad un filo invisibile che cingendomi i fianchi, tirando la pelle fino a far male, mi spingeva in alto, verso il soffitto. Le braccia senza forza non opponevano resistenza e trascinavano le spalle in basso, verso il materasso, mentre le gambe, scomposte, erano ancora sul letto.
Mi trovavo nel dormiveglia e sapevo di essere libera da costrizioni, eppure non riuscivo a cancellare dalla mente le percezioni fisiche della sera prima, come se il corpo non volesse dimenticare.

Conosco A. da due anni, da quando durante un convegno in cui eravamo relatori abbiamo cenato assieme, mangiando una fetta di pizza dura e fredda prima dei nostri voli di rientro. Io abito a Bologna e lui a Milano. Chilometri di frasi scambiate sui social, via e-mail, o in chat, alternando informazioni di lavoro, inviti a corsi reciprocamente non accolti e frasi maliziose celate da falsa ironia.

Una sera, mentre interpretavo la classica single in carriera, sorseggiando vino ancora fasciata nell’abito da lavoro vidi il suo nome lampeggiare sullo schermo del cellulare. Noi non ci eravamo mai telefonati e a causa dell’alcol bevuto a stomaco vuoto ho risposto senza pensarci. A. era a Bologna per un incarico dell’ultima ora come relatore ad un master breve e mi voleva vedere.

“Mi spiace, ho già un impegno e non posso disdire all’ultimo minuto” ho mentito con naturalezza, aggiungendo dettagli per rendere credibile la scusa.

Mi alzai dal divano per frugare nella dispensa e cercare del cibo spazzatura, ma trovai solo gallette di riso o biscotti secchi.

Perché avevo finto un impegno? Perché mi ero sottratta ad un incontro che speravo avvenisse da due anni? Mi gettai sotto la doccia e rimasi lì a lungo, appoggiata con la schiena alle piastrelle fredde, fissando lo scarico, finchè non scivolai lentamente giù col culo a terra e, risvegliandomi dallo stato di stordimento in cui ero piombata dopo aver mandato il cervello in cortocircuito con le mille domande, infilai la mano tra le gambe, facendomi strada con le dita in mezzo alla figa.

Toccando la vulva sentii i peli duri della ricrescita sulle grandi labbra, che invece amavo depilare completamente. L’indice si insinuò velocemente nella fessura sopra il perineo, mentre il pollice cercava il clitoride e nel frattempo pensai ad A., a come sarebbe stato sconsiderato e avventuroso presentarmi nell’hotel dove alloggiava, indossando biancheria sexy, per interrompere quell’estenuante flirtare a suon di sesso.

Mentre le mie dita si muovevano veloci, immaginavo di entrare nella stanza e di avvicinarmi a lui, spingendolo fino al letto, abbassargli la zip dei pantaloni e infilare la mano nelle sue mutande, per tirare fuori un cazzo già duro, con la cappella gonfia e rossa. Mi sarei inginocchiata con aria di sottomissione, percependo le mutandine zuppe di eccitazione, e avrei iniziato a succhiare e leccare. Lo avrei voluto portare al limite dell’eccitazione per poi fermarmi, fissarlo negli occhi e obbligarlo a scoparmi lì, ancora vestita, scostando il lembo di stoffa che mi copriva a stento la figa. Volevo essere presa sul pavimento, senza dolcezza, senza preliminari, penetrata volgarmente da un martello pneumatico. Un martello molto grosso e con un minimo di fantasia, in grado quindi di prendermi e scoparmi a pecora, sopra la scrivania, contro il muro, a cucchiaio, o a forbice e che infine mi venisse in faccia, senza rispetto, sporcandomi i capelli e facendomi colare il trucco.

Spossata dopo un orgasmo interminabile, a tratti multiplo, spensi il getto della doccia e, carponi, tentai di rialzarmi. Ancora avvolta nell’accappatoio a nido d’ape, stesa sul letto, colta da un impulso improvviso, afferrai il cellulare e telefonai ad A.

“Mi sono liberata adesso, se vuoi ancora che ci vediamo”.
“Vengo a casa tua se mi scrivi l’indirizzo”.

“Perfetto, te lo mando subito”, rispose una voce che era la mia, ma che usciva direttamente dal basso ventre e che non rispondeva sicuramente agli input del mio razionalissimo cervello.

Slacciai la cinta e sfilai la spugna leggera, restando così, nuda, ad aspettarlo.

Madame Elizabeth