La mia prima masturbazione

prima masturbazione femminile

Mi chiamo Adele, ho 33 anni e la masturbazione femminile si sa, è ancora oggi un tabù, figuriamoci venti anni fa, quando io avevo l’età in cui si inizia a capire che la vagina è un posto che custodisce qualcosa di più di un semplice buchino per la pipì.

La mia prima masturbazione oserei dire che non posso ricordarla perché avevo il vizio di accarezzarmi la patatina fin dall’infanzia. Più che di prima masturbazione definirei il mio un percorso che mi ha portato alla scoperta del piacere e soprattutto alla scoperta di come praticare un autoerotismo soddisfacente che in molti casi è stato più appagante di un vero uomo.

Quando ero piccola e i miei genitori si accorgevano che avevo le mani nella patatina mi dicevano di toglierle.
Naturalmente obbedivo e col tempo imparai che, se volevo toccarmi, dovevo farlo in loro assenza.
Anche se dovevo farlo di nascosto non ho mai rinunciato alle carezzine alla patatina.
Quando iniziai ad avere l’età per lavarmi da sola, e quindi potevo trascorrere del tempo in bagno senza che nessuno mi osservasse, talvolta prendevo lo specchio e guardavo la mia vagina.
Usavo uno specchio portatile. Con una mano lo orientavo tra le mie gambe e con l’altra dilatavo piccole e grandi labbra per capire come fosse fatta quella zona.
Iniziai a farlo quando la pelle era ancora liscia e ho osservato, nel tempo, il crescere dei primi soffici peli pubici. Contemporaneamente avvertivo tra le gambe una sensazione diversa.
Notavo che ogni tanto mi sentivo umida nonostante dopo la pipì mi fossi asciugata bene.
Quell’umido lo avvertivo come strano, scivoloso, eppure ancora più di prima mi invitava alle carezze.
Crescendo i miei tempi di solitudine aumentavano. A dodici anni i miei genitori avevano iniziato a lasciarmi da sola a casa quando dovevano uscire e io non potevo o non volevo seguirli.
In quei momenti, sapendo di non poter essere vista da nessuno, toglievo pantaloni e slip e mi aggiravo nuda per casa decidendo di volta in volta di strofinare la mia patatina sul bordo della sedia o semplicemente stendendomi sul letto per divaricare le gambe e accarezzarmi.

Le carezze le facevo con la punta delle dita. Non avevo una regola precisa. A volte le facevo roteare all’imbocco della vagina altre volte giocavo con il clitoride.
Mi piacevano le sensazioni che provavo e mi piaceva anche la sensazione che avvertivo alle dita che scivolavano sui miei muchi.
Trascorrevo del tempo a dedicarmi a questa pratica gradevole e poi smettevo se pensavo che i miei potessero tornare da un momento all’altro.

Queste carezza in libertà avvenivano ogni volta che ero sola in casa ma purtroppo questo evento era abbastanza raro.
Così avevo imparato a ritagliarmi il mio spazio per le carezze in situazioni in cui ero in camera e pensavo che nessuno mi avrebbe disturbata.
Il momento di fare i compiti a questo scopo era perfetto.
Restavo alla mia scrivania con libri, e quaderni aperti e penna in mano.
Sbottonavo solo il primo bottone necessario ad arrivare al mio tempietto del piacere e lasciavo che le mie dita scivolassero su e giù tra il clitoride e la vagina.
Un pomeriggio decisi di fare qualcosa di leggermente diverso.

Ricordi erotici: la mia prima masturbazione

Portai la mia mano negli slip come sempre, ma invece di accarezzarmi come al solito portai le punte del dito medio e indice verso l’ingresso della vagina e strinsi nella parte finale delle dita anche il clitoride iniziando a muovere ritmicamente la mano su e giù.
Trovai questa nuova sensazione più piacevole di sempre e complice una lubrificazione più abbondante sentivo le mie dita, che erano sempre rimaste esterne alla vagina scivolare leggermente dentro.
Avevo paura di spingere a fondo, ma ne avevo anche dannatamente voglia. Cercai di appagare questa voglia muovendo le dita in su e in giù più in fretta, mentre il mio respiro si faceva affannoso e cercavo di decidere se affondare le dita oppure no. Decisi di no per paura, ma l’istinto fu più forte della ragione e il mio medio entrò dentro di un paio di centimetri, molto poco se ci penso oggi ma abbastanza perché sul momento mi assalisse una sensazione di piacere così forte da emettere un gemito involontario. Cercai di controllare la respirazione soprattutto per non fare rumore e il tutto durò credo quattro o cinque indimenticabili secondi.
Quando questo piacere così intenso si calmò iniziai a preoccuparmi.
Il piacere si era concentrato tutto sul clitoride, ma una sensazione di sensibilità amplificata aveva pervaso tutto il mio corpo e, seppure solo per pochi secondi, mi era sembrato che il piacere fosse così forte da farmi perdere il controllo.
Restai ancora per qualche minuto con la mano nelle mutandine. Non per accarezzarmi, ma quasi per rassicurarmi del fatto che la mia patatina, ancora tutta bagnata, fosse lì.
Ero perplessa e non capivo.
Perché mi era successo tutto questo? Avevo toccato un punto particolare? Poteva essere pericoloso ripetere questa esperienza?
Erano domande che esigevano risposta, ma a chi chiedere?
L’idea di raccontare cosa mi era accaduto era troppo imbarazzante, ma la paura di quello che potesse succedermi se mi fossi toccata di nuovo era grande e così decisi che avrei smesso.
Resistetti per qualche giorno, ma abitudine e curiosità portavano istintivamente la mia mano alla parte intima.
Cercavo di andare con la memoria a quanto era accaduto.
Quella sensazione era stata troppo strana ed era avvenuta in un giorno in cui avevo fatto qualcosa di diverso.
Mi rimproveravo per aver affondato nella vagina. Dovevo aver toccato qualcosa di simile ad un interruttore interno che avesse scatenato tutto questo.
Certo mi era piaciuto e anche tanto, ma se fosse stato anche pericoloso?
Ammisi che poteva essere pericoloso ma decisi che avrei affrontato qualche rischio pur di capire dove fosse collocato questo interruttore.
Il primo passo si questa indagine fu la prova dello specchio.
Afferrai lo specchio, misi le dita ai bordi dell’ingresso della vagina cercando di dilatarla il più possibile per vedere cosa ci fosse dentro.
Non riuscii ad individuare alcun interruttore magico.
Insomma l’ispezione visiva era fallita, ma non avevo intenzione di arrendermi e decisi di passare ad un test tattile.
Presi una penna e la lavai nella parte opposta alla punta.
Posizionai lo specchio su una sedia e a gambe divaricate su di essa iniziai a infilare la penna dentro di me cercando di toccare questo punto speciale.
Feci vari tentativi non troppo profondi, ma non accadde nulla.
Rilavai la penna, posai, lo specchio e con un misto di sollievo e delusione decisi che questo punto forse non esisteva e forse era stato solo un caso che fosse arrivata quella sensazione.
Forse così come ogni tanto poteva capitare di svenire, ogni tanto poteva accedere che il corpo avesse questa sensazione senza nome.
Se era così potevo ricominciare a toccarmi serenamente. Dopotutto non mi sarebbe accaduto nulla…